Poesia e desiderio


programma


l'opera-in-rossoPresentazione del libro di Massimo Morasso, L’opera in rosso
Con Massimo Morasso e Antonio Grizzuti

Castelsardo – Archivio storico, Biblioteca comunale
Venerdì 26 agosto ore 19.00

Anima «dedita al suo fine», giardiniere «in un giardino smisurato», fanciullo heideggerianamente «destinato-a-scrivere», l’io lirico che abita queste pagine sente l’arduo compito che gli è stato affidato: «triturare l’apparenza, / sfondare i limiti del senso», rammemorare al lettore l’unità profonda di spirito e vita, presenza e memoria. Ogni oggetto materiale, ai suoi occhi, si fa simbolo, ravviva «lontananze irriducibili», svela patti, alleanze, l’eden che fu prima della storia, e prima di ogni diaspora, «il quid che unisce rocce a scheletri».

Al pari di un monaco medievale – evocato nella poesia d’esordio – egli sa di non essere che uno strumento di potenze più alte: sul modello sublime dell’opera dantesca, si fa umile scriba, si limita a trascrivere ciò che gli viene dettato. Non gli sfugge la difficoltà del compito, l’irriducibilità della parola, la forza oscura e contraddittoria dei fatti: eppure non rinuncia alla sua caccia spirituale, a invocare i suoi nomi, i suoi luoghi fatali e privilegiati: «il mio giardino / e un bimbo, un arcipelago / in tempesta, e tutto intorno Genova, / scalena e verticale». Nel catino di un’infanzia ormai remota, nelle letture che lo emozionarono un giorno, era già la radice di ogni dopo: l’aurea isola di Stevenson conteneva ben altre mappe, ben altri tesori.

Come già le bellissime prose del Mondo senza Benjamin, L’opera in rosso parla di una vocazione poetica, e del senso profondo di ogni fare poetico. Qui i morti si congiungono ai vivi, la realtà si popola di sogni, si fa desiderio, dedizione di sé a una causa più alta, che riguarda tutti gli esseri viventi: poiché «abitare vuol dire stare qui», e «l’arte di scrivere / è l’arte di pensare anche per gli altri», di far sentire il peso del mondo, «la memoria / dell’origine, col suo / respiro cadenzato, che non smette».

Limpido e febbrile, visionario e sentenzioso, questo libro è dedicato a chi ostinatamente crede nella forza conoscitiva della parola, nel valore propositivo – attivo – della speranza: ogni suo verso, in fondo, è davvero una «sassata» tirata all’apparenza, «una forza di grazia» che spalanca, «fissa su un punto spirituale / radicato nel sangue, nella profondità della carne».

Giancarlo Pontiggia